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Manifesto per il Change Management: IL MANAGEMENT DELL’IMPRESA OROBICA OGGI (STATO DELL’ARTE)

Questo è un tema spiccatamente sociologico, che compendia aspetti di economia, di scienze della politica, di antropologia e psicologia, che da un lato parte dalla descrizione della realtà sociologica (lo stato dell’arte), ma aspira anche ad essere utilizzato come strumento di azione sociale per indirizzare il cambiamento e, dall’atro ancora, con la lezione di Max Weber, ad essere utilizzato come “comprensione” o “interpretazione” di influssi esterni sulla cultura ambientale, che influiscono sullo sviluppo sociale in divenire. Il “laboratorio orobico”, da tutti i punti di vista, è un campione significativo, nella sua specificità storica.


Spesso nel “fare impresa”, i nostri imprenditori orobici aspirano a praticare di fatto uno spencerismo ottocentesco dai caratteri etici di stampo radicalmente individualistico e liberistico, anche se questa tendenza s’inserisce nella bisecolare tendenza a pencolare tra la filosofia del “laissez-faire” di stampo liberal-cattolico e le dottrine che privilegiano il ruolo direttivo dello “stato” (di colore di destra o di sinistra, il risultato cambia poco) o alla furba scorciatoia di aggrapparsi alla “politica clientelare” che promuove e assiste l’avventura imprenditoriale, che può apparire utile nel breve periodo, ma è fallimentare sul piano strategico.


Per esempio, si avverte un “sentire” che non si possa superare l’attuale lunga crisi economica, se non con l’abolizione o la semplificazione delle “regole”. Queste sono vissute come un’imposizione autoritaria di una burocrazia inefficiente alla quale è doveroso opporsi in nome dei diritti naturali di libertà dell’individuo. Tutto il contrario di quanto sta avvenendo in altre economie di successo ove le “regole” servono a distinguere la concorrenza dalla speculazione, il prodotto buono dal cattivo.


Un altro “sentire” fa percepire all’imprenditore lo “stato”, che è strumento di organizzazione della società, oggi nel lento superamento dell’idea di stato-nazione con l’evolversi dell’unione dell’Europa, come portatore di una sgradevole situazione che realizza una doppia dittatura più che maggiori opportunità.  Vale il già detto sulle “regole”, che in questo “sentire” segnala un ritardo, comunque una criticità, servono a proteggere l’imprenditore onesto.


Un ulteriore “sentire” è l’aspirazione al ritorno al passato, il rialzare le frontiere “nazionali” del nostro paese, quasi quella prima degli anni ’70 fosse stata una stagione felice, quella della nostra civiltà ancora mezzadrile, chiusasi appena da un paio di generazioni, con movimenti protestatari (e i motivi della protesta ci sono ancora e sono tanti) incapace di proposte realistiche: solo protesta!


A volte, per quanto minoritaria e marginale, si aggiunge persino un “sentire” che irrealisticamente vorrebbe rendere il “locale” indipendente nello stabilire le proprie “regole”, stato nello stato anche se a sua volta è stato nell’Unione, in un mondo globalizzato: cioè l’aspirazione consolatoria del ritorno alla caverna protettiva!


Si alterna il giudizio contraddittorio sulla visione della politica già vissuta nell’ultimo trentennio come la promotrice consociativa dello sviluppo economico, ma anche come un inciampo a quello stesso sviluppo economico e civile. Due fattori che, insieme con la concorrenza, vengono accusati di soffocare la possibilità di fare impresa come vorrebbe lo spirito dell’invocato e idealizzato ancestrale “capitalismo liberale”, che nel nostro paese abbiamo sperimentato solo nella brevissima stagione giolittiana, dell’inizio del XX secolo, e del primo decennio dopo l’ultima guerra, non senza ambiguità, stagioni che hanno comunque prodotto due diversi e gli unici “miracoli economici”, prima e dopo la stagione delle guerre [[1]].


L’ambiente sociologico europeo, che ha iniziato a trasformarsi partendo dal liberalismo seicentesco delle “Province Unite” olandesi, ed ha definitivamente vinto la battaglia delle libertà contro l’assolutismo con la rivoluzione razionalistica francese e inglese sul piano culturale ed un secolo dopo con la rivoluzione industriale sul piano economico, e che ha registrato scarsi apporti nostrani (le nostra attuale “minorità” viene da lontano), tuttavia può influire per esempi già realizzati, può indurre al cambiamento per imitazione o per necessità, costringe a farlo se non si vuole essere sopraffatti da chi è più attrezzato per la sfida imprenditoriale.


E l’ambiente, ora, non è più quello “provinciale” o “vallivo” della orobica visione campanilistica del piccolo capitalismo individuale della seconda metà del XX secolo, come s’è sviluppato nel Piemonte, o nella Liguria o in Lombardia in modo differenziato fra il varesotto, il milanese, le valli orobiche o quelle bresciane e la bassa pianura padana; nel Veneto precipitato dall’era della grande industria post-bellica alla polverizzazione delle medio-piccole imprese; o della Romagna cooperativistica, della Toscana o Marche, a sfumare nelle loro diversità.


Questo nostro “ambiente” non lo determiniamo più noi, con la nostra “cultura storica”, che ha a lungo pencolato fra statalismo autoritario capitalistico o comunista, e liberalismo consociativo o quel “socialismo affaristico”, contraddizione in termini, tutto mediterraneo, illustrato nella sua velleitaria sfida al cambiamento, dallo slogan della “Milano da bere!”, fatta di comunicazione unidirezionale (il marketing inteso solo come pubblicità), occultamento delle cattive notizie, crescita drogata dal debito pubblico. Quasi la stessa scena della Grecia degli ultimi anni: una prospettiva fallimentare, se non si cambia radicalmente.


È in questa stagione che tutta la “grande industria orobica” s’è estinta. Siamo gli eredi di quest’ultima fallimentare stagione, ancora non del tutto morta e sepolta, avendo accumulato debiti e ritardi culturali che siamo chiamati, ora, in un momento difficile, a onorare e recuperare. Ma recuperare è possibile … a condizione che ...


Con la globalizzazione, che è da considerare una opportunità per quegli “ambienti” come il bergamasco, che possono vantare una loro lunga storia economica, si può recuperare a patto che sia accompagnata la ripresa dall’accettazione del “policulturalismo” [[2]], un tema ostico per la vigente cultura orobica, che pencola fra l’ “universalismo” ed il “multiculturalismo” [[3]]. Creare il nuovo è l’unica modalità per realizzare il futuro, senza barriere censorie o discriminatorie, che ha dimostrato altrove lungo l’ultimo trentennio di saper premiare le idee economiche più convincenti e di maggior successo, lasciando al “mercato” decidere e abbandonare alla loro sorte le soluzioni senza consistenza, con una selezione darwinista inusitatamente feroce e rapida [[4]].


Anche se non si è imboccata una direzione chiara e stabile o facilmente stabilizzabile sul piano culturale, l’attuale stato dell’arte non prefigura ancora un target di riferimento, ma assistiamo ad un divenire con sempre nuove sorprese. È solo questione di tempo nel riuscire a vedere  se i risultati ultimi di questa rivoluzione sociologica, che già da tempo ha seppellito sia lo spencerismo sia il marxismo, i due antagonisti storici, trovi un qualche suo equilibrio.


Ma sappiamo già che il “globalismo”, per risultare fecondo di risultati, deve ancora trovare un equilibrio “nelle regole condivise” che limitino gli eccessi, e una qualche compensazione dei diversi “livelli di partenza” che rendono conflittuali i rapporti fra le diverse aree culturali (di qui le cause originarie delle attuali guerre ideologiche e religiose, le migrazioni epocali …).


Ma il trend è ormai segnato, incentrato sul fattore economico gestito con principi democratici più che su quello ideologico, e si regge sulla concorrenza in un mercato “globale”, nel quale vince la qualità del prodotto/servizio, la differenziazione di offerta, soprattutto nell’innovazione, ed infine, ma solo dopo la soddisfazione delle prime valutazioni, la concorrenzialità del costo.


Forse va abbandonata l’illusione, frutto della teoria del “laissez-faire”, che l’equilibrio degli interessi sociali possa sorgere spontaneamente da questo divenire, ma anche non è il caso  di enfatizzare il timore opposto del ribellismo che può trovare compensazione solo nel dirigismo autoritario.  Certo è che rialzare le barriere “nazionalistiche” di una volta per la non accettazione di questo scenario di riferimento, è pura miope illusione di scamparla da questa logica del globale, servirebbe solo per essere spazzati via dalla competizione in altro modo, isolati, da eremiti. Le vicende ultime dei “paradisi fiscali” insegnano: è necessario aprirsi e partecipare per sopravvivere e per potere avere la possibilità di darsi da fare per vivere il futuro. Altrimenti il rifugiarsi nella caverna non serve a sopravvivere!


I nostri medio-piccoli imprenditori, che costituiscono oltre il 90% della nostra economia industriale, salvo una minoranza che per tempo ha saputo guardare lontano ed è cresciuta nel poter raccogliere la sfida della globalizzazione nel giro di una o due generazioni, dopo gli anni del “miracolo economico”, sono o scomparsi nel corso degli anni ’90 insieme con la grande industria, incapaci di stare al passo con l’innovazione necessaria, o poi sono riapparsi replicando la “loro storia” senza apprenderne la lezione, anzi esaltando il “piccolo è bello”, e, da alcuni decenni, sono stati indotti a barcamenarsi, giorno per giorno, assumendosi dei rischi nell’elusione delle norme che presiedono al fare impresa, spesso molto più grandi del vantaggio che è possibile ottenere, solo perché incidono come costi sui ristretti limiti di sopravvivenza rimasti. Si è preferito partecipare ad una specie di lotteria sugli eventi che ne possono derivare e sui controlli che possono penalizzare l’elusione, nel tentativo di mantenere una qualche competitività, piuttosto che avviare un esame critico della loro esperienza imprenditoriale che produce margini così esigui.


Dover adottare la “furbizia” per sopravvivere al posto della “conoscenza” è un chiaro sintomo di “ritardo” culturale, e diventa masochismo non rilevarne le differenze rispetto alle culture di maggior successo, quantomeno sul piano manageriale: altri, in Europa e nel mondo sono andati oltre. La forbice fra la nostra e la loro competitività e produttività s’è allargata in modo preoccupante.


Quindi, se altri sono più avanti, significa che si può fare, e si deve necessariamente fare qualcosa di diverso dal barcamenarsi giorno per giorno fra il “produrre” ed il “tentare di vendere”, e occorra passare al programmare lo sviluppo del futuro dell’impresa, evitando di accettare solo “quel che viene”.


I grandi guru dell’economia affermano unanimi che per affrontare il fenomeno della globalizzazione dei mercati, della comunicazione, della cultura ecc. che influiscono sull’andamento dei cicli economici, si richiede da un lato innovazione continua e dall’altro sempre maggiore produttività per risultare competitivi: sono due tematiche strategiche.


Il problema da affrontare è: come una medio-piccola impresa, coi suoi limiti oggettivi per molti aspetti, possa aderire, attuare e svilupparsi praticando innovazione & competitività.






[1] - Cfr. Giuseppe Bonazzi – Storia del pensiero organizzativo – Franco Angeli 2008XIV ed.




[2] - Il “policulturalismo” indica che tutte  le culture possono coesistere nello stesso ambiente e, allo stesso tempo riuscire a creare un ambiente realizzabile con gli apporti di tante culture diverse, il che presuppone ascolto ed attenzione, che abbia una identità propria e che, quindi, sappia adattarsi ed evolvere.




[3] - L’ “universalismo” vuol dire aspirare ad una cultura statica, in grigio, uniforme per tutte le persone, che necessariamente sopprime le singole diverse caratteristiche culturali altrui per far prevalere la cultura dominante, in genere imperialista. Infatti è quella storicamente imposta dall’Impero Romano nel bacino del Mediterraneo, ed è crollata drammaticamente per non aver saputo accogliere, valorizzare ed armonizzare le diversità. Il “multiculturalismo” è quello in atto al momento, col prevalere della leadership della cultura occidentale, anche se questa prende atto dell’esistenza delle altre culture e ne tiene conto. Presuppone che le culture siano fisse e non possano evolvere. Ma assistiamo già ai risvolti negativi che produce (guerre religiose, etniche, migrazioni …), per la non accettazione della leadership culturale dell’Occidente, da parte di quelle culture non necessariamente minoritarie, come peso demografico ed economico, ma socialmente più arretrate. L’esempi storico è quello dell’Impero della Gran Bretagna, crollato anch’esso a fronte delle tante diversità, lasciando tuttavia un’impronta in quelle diverse civiltà.




[4] - Cfr. Michael E. Porter – Il vantaggio competitivo – Comunità 1999.




 

 

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