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Manifesto per il Change Management: L’IMPRESA OROBICA OGGI (STATO DELL’ARTE)

Da quando è iniziata la stagione della globalizzazione dei mercati (fine anni ’70, inizi anni ’80, la data “politica” è il 1989, con la caduta del Muro di Berlino) lo continuano a fare, ma con sempre più in affanno, tanto che sono pressoché sparite le “imprese storiche”, che nel tempo erano diventate “grandi imprese” e che hanno fatto la ricchezza di questa zona, in primis nella lavorazione dei metalli, nel tessile, nel meccano tessile .... Non hanno saputo rinnovarsi rispetto all’evolversi dei mercati. Aggiungo alcuni indizi preoccupanti sui quali occorre riflettere, proposti in termini provocatori, senza presunzione di completezza, col solo scopo di avviare il dibattito sullo scenario dell’industria locale formata in prevalenza da medio-piccole imprese:


1. Le imprese orobiche nascono e muoiono, spesso prematuramente, per rinascere tal quali e morire di nuovo con un indice di “darwinismo industriale” di molto superiore a quello di altri paesi industriali e di altre zone del nostro paese (per verifica, si vedano gli indici dei fallimenti negli anni ed i nomi imprenditoriali ricorrenti nella rifondazione d’imprese nella collezione degli Annuari dell’Unione Industriale di Bergamo!). Preoccupa soprattutto che il numero totale delle imprese non cresca, da qualche decennio il totale s’è sostanzialmente stabilizzato (senza contare le perdite per l’attuale lunga crisi: congiunturale?), mentre il numero delle “partite IVA”  di imprese individuali rispetto alla popolazione realizza un indice fra i più alti del nostro paese.  Sembra un indizio di operosità più che di buona salute dell’economia.


2. Nonostante il primato storico nella rivoluzione industriale, è difficile imbattersi in imprese di terza e più lunga generazione (una rarità). Se si pensa che occorre molto tempo per acquisire la leadership nel proprio settore di appartenenza, nonostante le indubbie eccellenze di non poche imprese orobiche, siamo lontani dal poter affermare che in qualche settore, qualche singola impresa, abbia raggiunto questo traguardo, come una Siemens in Europa o una General Electric in America, garanzia per il futuro. Forse nei settori “minori” che fanno “distretto industriale”: degli “O-ring”? dei bottoni? dell’impiantistica elettrica/elettronica? della componentistica “automotive”? dei sistemi di illuminazione? della produzione di macchinari? Tranne l’ultimo settore citato, sono mercati dai valori totali abbastanza marginali …


3. Nel tempo le nostre imprese sono rimaste e continuano a rimanere “piccole”, fedeli agli slogan consolatori degli ultimi anni che “piccolo è bello”; hanno quindi difficoltà strutturali nel competere e, il più delle volte, non sopravvivono al fondatore: è un dato di fatto. Il passaggio generazionale è una fase critica. Come è un fattore critico, nel passaggio generazionale, non riuscire a distinguere la diversità di ruolo e competenze fra l’azionista ed il manager. Come è diventata una criticità che si producono per lo più componenti in luogo di un prodotto finito da commercializzare sul mercato del cliente finale.


4. Di conseguenza, raramente quelle orobiche sono imprese nate su una qualche idea innovativa. Per lo più sono imprese manifatturiere, in settori tradizionali, che stanno perdendo i contatti diretti col mercato, perché gradualmente stanno trasformandosi in “terziste” di imprese straniere. Il mercato del cliente finale diventa così lontano ed è difficile comprendere per tempo le nuove esigenze, con il risultato che non si possono raccogliere tempestivamente elementi per la pianificazione strategica, invece di promuovere l’innovazione propria, si subisce l’innovazione altrui.


5. Ancora più raramente, se nascono con una caratteristica che ha successo, poi evolvono innovando, soprattutto internazionalizzandosi o cercano la flessibilità che garantisca la continuità operando su più mercati con prodotti diversi.


6. Le imprese orobiche dipendono spesso nella loro “identità” o anche nella “cultura”, da cosa è e decide l’imprenditore, con risvolti negativi inevitabili, per quanto bravo possa essere l’imprenditore, derivanti dal mancato confronto dialettico, che finisce per far trasbordare la gestione nell’autoritarismo o nel paternalismo, e affermando, comunque, il primato dell’individualismo, in un’era nella quale si sopravvive solo se “si fa squadra”, anche perché la tendenza ad associarsi è rara e ove viene realizzata, in genere dura poco.


7. Basta una crisi “congiunturale” ed i conti non tornano (mancano le riserve, con le idee innovative mancano anche i capitali, i “margini” sono sempre più stretti …): sul piano finanziario le imprese orobiche sono deboli ed il sistema bancario, prudentissimo e ad approccio burocratico, non supplisce a sufficienza.


8. Si contano poche aziende al secondo o terzo o ancora più avanzato stadio di sviluppo. La perdita della “grande impresa storica” ha prodotto una regressione del sistema industriale orobico. Le start-up, caratterizzate dalla crescita per creatività dell’imprenditore, dalla comunicazione informale, dal duro lavoro e dal basso guadagno, che devono affrontare la “crisi di leadership” sono in maggioranza:



 


9. La “qualità”, certificata o meno, ove venga presa in considerazione dalle medio-piccole imprese orobiche, è per lo più solo affermata burocraticamente, solo per il “prodotto”:



 Con l’eccezione dell’industria del “lusso”, settore essenziale per la nostra economia , ma dal valore marginale sul totale globale: è qualità che raramente si estende ai “processi” o a realtà di “total quality”, tantomeno di “eccellenza”. Perché non provate a verificare a quale livello è ancora ferma la vostra industria? Al solo “controllo” della produzione?  Alla “gestione del processo” per il calcolo della produttività o l’affidabilità del prodotto? A caccia delle “non conformità” rispetto a “standard” prestabiliti per avviare il processo di conoscenza & innovazione interna? All’eccellenza per la “qualità” per tutti gli aspetti?


10. Poche sono le imprese che vanno ad esplorare mercati esteri o nascono con l’ambizione di conquistare la leadership del loro settore, crescendo coerentemente per quell’obiettivo. Anche questo è un dato di fatto. 


11. Sono stati abbandonati o sono in crisi interi settori industriali, anche quelli nei quali le imprese orobiche erano un tempo leader: nella siderurgia di qualità, nella meccanica, nella chimica, nel tessile e nel meccano-tessile, nella farmaceutica, nelle telecomunicazioni e nell’impiantistica ecc. … ora questi settori dipendendo da altre imprese leader, per lo più estere.


12. La produttività è in genere bassa nel confronto anche solo con altri sistemi industriali europei. Soprattutto non viene misurata. Anche perché viene intesa come riduzione dei costi più che maggiori risultati con gli stessi costi o come misura dei costi in funzione di un ritorno economico calcolato dell’investimento.


13. È in atto un degrado che sembra inarrestabile della qualità degli studi (basta scorrere una qualsiasi bibliografia per vedere spuntare come rarità un autore orobico); senza analisi critica e modesta cultura è difficile ipotizzare un futuro di sviluppo. Lo scenario di riferimento orobico, quindi, non aiuta. Le relazioni Impresa/Università per la ricerca raccoglie casi virtuosi, ma decisamente minoritari. Quindi l’innovazione tecnologica e quella di management circola poco, “vola rasoterra”, nonostante i peama acritici ed iper-ottimistici dell’Eco di Bergamo, che si concentra solo sulle eccellenze.


14. Non riusciamo a impiegare le menti più preparate e i giovani laureati sono costretti ad emigrare e ad un tempo importiamo manodopera non qualificata: è il sintomo più eloquente che gli attuali assetti di management non richiedono innovazione perché replicano il passato puntanto su manodopera poco qualificata poco costosa. Per controprova proviamo a fare l’appello “in fabbrica” ed a contare quanti provengono da paesi industrialmente arretrati.


15. Ne consegue che gli assetti organizzativi dell’impresa rispondono ancora, per lo più, a modelli neo-tayloristi o neo-fordisti o anche più semplicemente, artigianali.


16. Tutto il “pubblico” è da rifondare ex novo, forse con l’eccezione della “Sanità”, che tuttavia è un’eccellenza che produce molto spreco (ma è lesa maestà se lo si dice!) ecc. …


Mi fermo al 16 per scaramanzia e per non scoraggiare, ma si potrebbe continuare a lungo sugli indizi preoccupanti, esplorando anche i limiti delle infrastrutture e dei servizi, o il degrado dell’ambiente, o lo sfilacciarsi della sociabilità nel convivere, l’indubbio calo di prestigio della politica locale e l’incremento della litigiosità demagogica, magari anche scendendo nei dettagli delle distorsioni clientelari se non addirittura delle infiltrazioni criminali nell’economia. Anche gli aspetti in crescita, quindi, sono preoccupanti per il futuro. Tutte insieme queste insufficienze “fanno sistema” nel far perdere competitività al tessuto industriale orobico. Per la ripresa di un trend di sviluppo molto dipende dalla conoscenza e accettazione consapevole dei limiti storici raggiunti (autocritica impietosa) … per ricercare le soluzioni opportune per superare gli attuali limiti, razionalmente, con onestà intellettuale, evitando le fumosità campanilistiche o le reazioni eccessive da tifoseria “della dèa”... indubbiamente siamo messi male! C’è di che riflettere sullo “stato dell’arte” … prima di fare programmi per il futuro.


 


 

 

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